Sarà che se siete finiti tra queste pagine non vi si è posto nemmeno il problema, ma anche solo pensare di giocare professionalmente a Texas Hold’em fino a inizio anni 2000 era qualcosa di impensabile.

Il poker, quello che conoscevamo in passato si è trasformato, non il gioco in sé ma tutto ciò che ci ruota attorno.

Sono cambiate le dinamiche, la figura stessa del poker player ha assunto connotati differenti, lo si associa sempre di più a uno sport e di quelle bische fumose dove ci si giocava la casa se ne sente parlare sempre meno.

Semplicemente perché il poker non è più quello, è qualcos’altro.

Il Texas Hold’em tra gli anni ’90 e i primi ‘2000

Non stiamo qua a raccontarvi nuovamente l’effetto Moneymaker e tutte le implicazioni che ne sono conseguite.

Quel che c’è da evidenziare è che il poker si è spostato verso l’online, aprendo orizzonti inimmaginabili fino a poco tempo prima.

Difficilmente il gioco si sarebbe evoluto così tanto (lo studio della GTO degli ultimi anni ne è l’esempio più lampante) se si fosse rimasti a giocare un tavolo per volta.

La figura del professionista è diventata tale una volta che sono stati resi disponibili gli strumenti per “misurare” l’abilità di un giocatore, e non soltanto i soldi vinti in carriera.

Fare il poker player per lavoro oggigiorno significa innanzitutto aver acquisito consapevolezza dei propri mezzi, avere un bankroll adeguato a subire gli swing monetari senza problemi e studiare in continuazione.

Tutte caratteristiche che, ai tempi, difficilmente rientravano nell’arsenale di un professionista (forse salviamo il bankroll, anche se le storie dei vari Stu Ungar e compagnia cantante ci insegnano che la gestione del roll non era esattamente qualcosa di scientifico per la maggior parte).

La varianza nel Texas Hold’em

Nessuno, prima dell’avvento dell’online, ci aveva capito molto di come la varianza funziona nel mondo del poker.

Il lungo periodo non si pensava fosse davvero così lungo e diversi giocatori live hanno, nei fatti, giocato meno tornei in un’intera carriera che un grinder medio nel giro di qualche mese.

Questo per dire che intere carriere (azzarderemo dire Phil Hellmuth su tutti, ma sarebbe fare un torto a quel che ha saputo dimostrare quando gli altri ancora non erano all’altezza) potrebbero basarsi semplicemente su un rush fortunato e nulla più.

Prendete ad esempio uno come Bryn Kenney, che di recente ha vinto il torneo High Roller più ricco del pianeta per oltre 20 milioni di dollari.

In diverse interviste il numero uno della All Time Money List ha dichiarato di aver investito gran parte del suo bankroll residuo per giocare quel torneo (da 1 milione di dollari).

Ciò significa sostanzialmente due cose:

  • Che fino a quel momento il numero uno al mondo non navigava esattamente in buone acque
  • Che se invece di vincere fosse stato coolerato in bolla (e credeteci, non ha giocato un torneo in ciabatte) staremmo parlando di un’altra storia.

Senza nulla togliere a Bryn, a cui di certo il talento e l’intuito pokeristico non mancano, il suo approccio al gioco (sia dal punto di vista monetario che dello studio, visto che dichiaratamente non ha mai parlato di poker con nessuno, né ha mai aperto un solver) è tutto fuorché professionale.

Va da sé che avere un riferimento di questo tipo piuttosto che un Linus Loeliger (LLinusLLove) o un Viktor Malinowski (Limitless), personaggi di sicuro meno eccentrici ma enormemente più “consapevoli” della propria forza, cambia completamente la percezione che si può avere del gioco.

Sia dall’interno che dall’esterno.

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I protagonisti del Texas Hold’em

Quel che sta accadendo sempre con maggior frequenza è che, chi non si è messo a studiare per rimanere al passo coi migliori, fa una fatica bestiale a fare il professionista.

Daniel Negreanu, dopo essersi resto conto di esser carne da macello agli High Roller, si è messo sotto (con notevoli difficoltà) e ha addirittura tirato fuori una Masterclass.

Nonostante tutto però, l’appeal che poteva avere 10 anni fa come giocatore (come personaggio rimane sempre il numero uno) è totalmente diverso da quello che ha attualmente.

Cosa sta accadendo quindi?

Che progressivamente chi è riuscito a beneficiare dei favori della buona stella continua a campare di poker (e continuerà a farlo per diversi anni ancora probabilmente), mentre tutti gli altri sono precipitati in una spirale senza uscita.

Perché un conto e vincere o perdere, un altro è farlo consapevoli di giocare al meglio ed essere soltanto in balia della varianza (sia nei momenti up che down ovviamente).

Il Texas Hold’em del futuro

Per come stanno le cose ora, la spaccatura tra chi approccia il gioco professionalmente e chi gioca a livello amatoriale cresce continuamente.

Le ore spese sui solver o ai tavoli da gioco, l’esperienza maturata, un buon mental game, un bankroll adeguato: fermare un professionista preparato sarà sempre più difficile.

Ecco perché, anche per approcciare i livelli più bassi in modo amatoriale, è consigliabile documentarsi in qualche modo (e non lo diciamo perché siamo una scuola di poker ma perché è così), studiare, prendere delle lezioni o dei videocorsi.

Si tratta sempre e comunque di un investimento monetario e se l’obiettivo è quello di farlo fruttare non basta più avere un buon istinto…

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