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Stefano Atzei

Stefano Atzei

Perché Simone Speranza non fa mai deal nei tornei di poker online?

I deal nel poker online sono una pratica all’ordine del giorno e, specialmente dalle nostre parti, non è difficile trovare due o più giocatori disposti a dividersi il malloppo piuttosto che giocare col coltello tra i denti rispettando il payout stabilito.

Verso la fine del mese di marzo abbiamo assistito addirittura a un deal che coinvolgeva tutto in tavolo finale: è capitato all’evento inaugurale dello Spring Championship Of Online Poker, nel corso del quale i nove finalisti hanno optato per un accordo alla pari lasciando 2mila euro al primo classificato (ma soltanto perché il regolamento di PokerStars lo imponeva), in barba all’ICM e a tutto ciò che ne consegue.

Sarà che arrivare in fondo a un torneo con migliaia di iscritti è qualcosa di straordinario e accontentarsi di un buon premio garantito senza rischiare nulla fa gola ai più, ma se per un amatore è un’occasione da non lasciarsi scappare per un professionista potrebbe trasformarsi in un’occasione persa.

Nel corso dell’ultima chiacchierata con il nostro Spera, dopo la doppietta formidabile al torneo High Roller del mercoledì sul circuito GGNetwork (CLICCA QUI per approfondire) abbiamo affrontato la questione nel dettaglio e il suo punto di vista è tutt’altro che scontato

Ma che deal e deal, si balla!

Fresco del duplice “uno no-deal”, Simone ci ha spiegato per quale ragione gli accordi monetari al final table siano, per lui, un tabù:

Io non faccio mai deal quando arrivo in fondo a un torneo e non di certo per presunzione. Il poker è competizione pura e, specialmente nelle fasi short-handed (quelle in cui si gioca con pochi giocatori al tavolo per via delle eliminazioni) la preparazione tecnica può fare la differenza (al netto della varianza s’intende).

Un professionista studia tutti gli scenari possibili al tavolo finale, dalla fase 9-handed (o 6-handed a seconda del torneo) fino al testa a testa.

In quelle circostanze entrano in gioco dinamiche differenti rispetto al resto del torneo, sia per via della pressione ICM che per quanto concerne i range in gioco, sicuramente più larghi rispetto a quando il tavolo è completo.

Si tratta di un lavoro enorme proprio perché sono quelli i momenti decisivi, nei quali ogni singola scelta ha un peso enorme livello monetario.

LEGGI ANCHE: Che cos’è un deal nel poker e quando conviene farlo

Filosofia esterofila

Secondo Simone la pratica del deal è qualcosa che, soprattutto all’estero, non viene vista di buon occhio dai professionisti:

“In Italia è sicuramente più diffusa ma all’estero, dove il field è mediamente più preparato, qualsiasi accordo è fuori discussione perché tutti ambiscono a trarre il massimo profitto in accordo con le competenze maturate.

Diciamo che, per farla breve, le situazioni in cui io sarei disposto ad accettare un deal sarebbero così convenienti per me da rendere il deal sconveniente per i miei avversari, così come a parti invertite quando mi viene proposto è probabile che non sia io a trarne vantaggio.”

Non solo fortuna

Una delle ragioni addotte da chi è solito trovare un accordo economico riguarda il fatto di limitare l’impatto della varianza, accontentandosi di una cifra inferiore (ma sicura) piuttosto che affidarsi al volere del fato (o alle proprie skill). Vero, ma solo in parte.

Perché è proprio quando entrano in gioco i soldi che i giocatori possono accusare (chi più chi meno) il peso delle proprie scelte e non è affatto detto che, anche in situazioni di short stack, sia solamente questione di fortuna.

Sarà capitato anche a voi di trovarvi davanti a un avversario che per ore ed ore ha mantenuto un certo stile di gioco e, non appena il payout comincia a farsi verticale, cambia totalmente approccio diventando più loose o più nitty, a seconda dell’impatto che una determinata vincita può avere sulla sua economia.

Quindi, anche a parità di skill, l’aspetto emotivo e la relazione che ognuno di noi ha con il denaro influisce in maniera significativa sulle scelte effettuate al tavolo, spostando l’ago della bilancia in una direzione piuttosto che in un’altra.

C’è sempre un ma…

Tempo fa affrontammo l’argomento con il nostro coach MTT Andrea Pini, anch’egli contrario ai deal per una questione di principio “Io li abolirei proprio, non ti fanno crescere come giocatore” (CLICCA QUI per l’intervista completa).

Scavando un po’ più a fondo però, la scelta di Simone contempla qualche eccezione:

“Con chi farei deal se proprio dovessi farlo? Beh, potrei pensarci se a propormelo fosse uno come Enrico Camosci.

Ci conosciamo e ci confrontiamo quasi quotidianamente, è un giocatore che stimo tantissimo e il nostro livello di competenza è pressoché il medesimo, se gli scalini fossero davvero importanti e la situazione in stack lo consentisse, non avrei problemi a dealare con lui. Ma solo con lui, o quasi!”

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LEGGI ANCHE: 4 consigli pratici per giocare gli Spin & GO

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