Venticinquemila mani per arrivare ad una conclusione scontata: stabilire chi, tra Doug Polk e Daniel Negreanu sia il più forte.

Anzi no, forse sarebbe meglio dire che si tratta di una sfida tra generazioni: quella di chi si ostina a credere che nel poker la chiave stia nel talento e chi invece ha capito che senza uno studio approfondito del gioco non si va da nessuna parte.

Che poi il poker non si riduca esclusivamente alle analisi sui solver è il buon senso a suggerircelo (e guai a ridurre il tutto alla maggiore o minor dimestichezza coi moderni strumenti di calcolo), ma è un dato di fatto che possedere dei fondamenti tecnici validi sposti molto più di quanto si potesse pensare.

Bye-bye Daniel

Che è successo oggi, o meglio, ieri notte?

Doug Polk ha superato il milione di dollari di profit sul malcapitato Kid Poker in qualcosa come 18mila mani giocate sulle 25mila stabilite.

Un dato che forse avrà sorpreso gli irremovibili Phil Hellmuth e Mike Matusow, scagliatisi contro i bookies che quotavano Doug a 1.18 contro i 5 abbondanti del suo rivale, ma che non stupisce il resto del mondo.

La sfida continuerà nei prossimi giorni e, salvo eventi catastrofici, a spuntarla sarà proprio quello più preparato.

Qui sotto, l’ultimo atto trasmesso in streaming lo scorso mercoledì 20 gennaio:

Celoduro (non) la vince

Questo è: una pleonastica dimostrazione di celodurismo.

Con tutto il rispetto che si deve ad un signor giocatore come Daniel Negreanu, che fino a una decina d’anni fa leggeva la vita ai suoi avversari, questa sfida ha dei contorni grotteschi.

Da qualche tempo a questa parte DNegs, a suon di Twittate, Vloggate e affini, ha cercato in tutti i modi di riprendersi quel trono che ormai non gli appartiene più.

Poteva benissimo accettare la realtà e rimanere nella storia come uno dei più grandi, ma ha preferito diventare una controfigura di quel talento cristallino che faceva strabuzzare gli occhi agli astanti a suon di hero-call e soul-read da capogiro. Un po’ come Phil Hellmuth, lui sì, imbattibile in quanto a cocciutaggine.

E invece ha provato a sfidare i ragazzini terribili, annunciando di mettersi sotto a studiare più che farlo per davvero, come se la storia fosse un cuscino sufficientemente morbido ad attutire la caduta.

Il tonfo, però, s’è sentito eccome.

Via il vecchio, avanti il poker

Una cosa bisogna chiarirla, specie a quelli che si lamentano (come il buon Doyle Brunson) che i solver (“ma che saranno mai ‘sti solver…“) siano la rovina del gioco.

Il poker è lo stesso che si giocava negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, così come nel XXI secolo: semplicemente adesso, per vincere, bisogna fare qualcosa in più.

A cambiare insomma, non è il gioco, ma la vecchia concezione per cui sono i più furbi a farla franca, quelli che “hanno il fegato” per usare un eufemismo.

Anzi, al giorno d’oggi il gioco è molto più interessante proprio perché la consapevolezza generale è aumentata e non il contrario.

E attenzione, il lato “poetico” del poker, quello fatto di sensazioni, letture, intuizioni e quant’altro non è affatto morto e sepolto perché, ricordiamocelo, a giocare sono sempre le persone e non le macchine.

E voi che ne pensate al riguardo? Scrivetecelo lasciando un commento sulla nostra Fanpage!

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