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Stefano Atzei

Stefano Atzei

3 mosse “fishy” nel Texas Hold’em che sono diventate standard tra i regular MTT

Tutti a puntare il dito sui “fish”, e poi… Va a finire che qualcuno ci aveva visto più lungo di altri.

Nel corso degli anni l’evoluzione del nostro gioco preferito ha preso molteplici direzioni e altrettante ne prenderà più si va fondo con lo studio.

Per quanto si possa andare alla ricerca della strategia perfetta, specialmente attraverso l’utilizzo dei solver, quel che fa la differenza è sempre la pratica, nello specifico la capacità di adattarci (deviando quindi dall’ottimale) agli avversari che abbiamo dinanzi.

E’ accaduto diverse volte nella storia recente del Texas Hold’em che le principali “innovazioni” provenissero da coloro i quali, ignorando bellamente qualsiasi forma di approccio teorico al gioco, rompevano gli schemi con delle mosse fuori dall’ordinario.

Alcune linee poco ortodosse messe in atto dagli amatori sono diventate, negli anni a venire, all’ordine del giorno per i professionisti, sebbene inizialmente venissero aspramente criticate. Quest’oggi ne analizzeremo tre in particolare, siete pronti?

Hellmuth docet

Che Phil Hellmuth sia stato, numeri alla mano, uno dei migliori interpreti del Texas Hold’em è fuori discussione, così come è ormai chiaro a chiunque studi il gioco che la sua strategia non risulti essere più efficace come un tempo.

Lungi dal volerlo etichettare come “fish”, anche perché 15 braccialetti non si vincono per caso, tuttavia i regular più preparati al giorno d’oggi farebbero la fila per poterci giocare contro.

Per la serie “anche un orologio rotto segna l’ora esatta almeno due volte al giorno” date uno sguardo a questa giocata che ha mandato letteralmente ai matti Doug Polk e che, analizzata dal solver, ha dato ragione a “The Poker Brat”.

Il mini-raise

Negli anni d’oro del poker già si cominciava a vedere qualche regular che preferiva adottare size di apertura più contenute, ma se andate a ripescare le partite di NLH di 15, 20 (o più) anni fa scoprirete che il mini-raise (ovvero il raise x2) era utopia pura.

Ai tempi di Stu Ungar, quando Hellmuth era il giovincello sulla cresta dell’onda per intenderci, aprire x3, x4 o x5 era quanto di più comune si potesse vedere.

L’apertura x2 non veniva vista affatto di buon occhio e sembrava quasi un invito a mettere le chip in mezzo: uno dei motivi principali della sconvenienza di questa mossa derivava dalla scarsa conoscenza generale del gioco postflop: in molte circostanze infatti la mano non arrivava oltre il flop (vi ricordate gli anni in cui si “stampava” con raise e c-bet? Ecco…).

Col passare del tempo si è capito che contenere la size di apertura apriva scenari totalmente differenti rispetto a quanto accadeva in passato e al giorno d’oggi, con stack poco profondi, aprire x2 è la regola, o quasi…

La donk-bet

La “puntata dell’asino” non si chiama certo così per via della sua bontà a livello strategico.

Per definizione è la puntata effettuata dal giocatore fuori posizione che, dopo aver chiamato il rilancio di un giocatore, aggredisce subito il piatto anticipando l’azione dell’aggressore.

Per estensione si può “donkare” anche al turn, anche se in questo caso si parla di “lead-out” o “probe-bet”, il concetto rimane comunque il medesimo perché si “ruba” l’iniziativa al giocatore in posizione esponendosi ad un’eventuale azione aggressiva.

Per diversi anni la donk-bet è stata quasi un tabù tra i regular, ma con l’avvento dei solver sono sempre più i professionisti che includono un range di donk-bet nel novero delle loro mosse.

Di base anticipare l’azione dell’original raiser ci espone a diversi rischi (o potrebbe farci perdere valore nel caso in cui avessimo un punto molto forte), motivo per cui vi sconsigliamo di adottare una strategia che contempli la donk-bet se non avete ben chiaro come metterla in atto in modo profittevole.

L’open-limp

La mossa più in voga tra gli amatori da quando esiste il Texas Hold’em: open-limpare significa entrare in gioco senza rilanciare, piazzando semplicemente l’importo equivalente al big blind.

Il classico “gettone” da buttare in mezzo sperando di riuscire a vedere il flop a basso costo e “hittare” qualcosa di interessante nelle successive strade di gioco.

Al grido di “isoliamo i limper” i professionisti hanno contrastato efficacemente questa tendenza anche se, col passare del tempo, l’open-limp è cominciato a farsi vedere anche tra i regular più affermati.

L’antifona è sempre la stessa: laddove i nostri avversari non hanno sviluppato una reazione alla nostra strategia vi è la possibilità di effettuare un exploit (ovvero trarre un vantaggio dalle lacune tecniche altrui).

E non appena qualcuno ha capito che adottare una strategia di open-limp in alcune circostanze particolari poteva portare dei benefici non indifferenti, apriti cielo.

Di norma l’open-limp viene utilizzato in situazioni di short stack e in dinamiche particolari, ma non è da escludere che col passare degli anni possa estendersi anche ad un numero maggiore di scenari di gioco.

E nel cash-game?

Le dinamiche cash sono piuttosto diverse da quel che si vede nei tornei, motivo per cui abbiamo chiesto un parere al nostro coach cash-game Matteo Azzola per capire come vanno le cose dall’altra sponda del fiume:

“L’openlimp non lo fa nessuno nessuno mentre il mini-raise (parlo del postflop) ha senso spesso contro fish, visto che vs reg non lo si usa mai (o perlomeno non mi capita di vederlo quasi mai)

Anche la donk-bet non è particolarmente comune nel cash-game, a parte quando si prendono delle linee particolari.

Una mossa invece che è diventata standard sia nel cash che nei tornei è il cold-call agli open o alle 3-bet. Si tratta di una mossa abbastanza “fishy” perché in genere viene utilizzata da giocatori poco preparati.”

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