C’è un aspetto davvero peculiare del poker, che lo rende incredibilmente affascinante.

Non ha a che fare con la tecnica di gioco, né con le cifre a cinque o sei zeri né con chissà quale trofeo o riconoscimento internazionale.

E’ la sua eterogeneità, la capacità di arrivare davvero a chiunque, a prescindere da qualsiasi tipo di distinzione si possa o si voglia fare.

La storia del nostro Matteo Azzola non fa eccezione, perché prima di diventare un poker player professionista i suoi interessi orbitavano su altre galassie…

Gli esordi col poker

Iniziai a giocare negli anni d’oro, avevo 18 anni.

Nelle pause o nelle serate ‘strane’ ci riunivamo tra amici organizzando i primi pokerini, delle gamblate a casaccio ovviamente.

Dopo aver preso la patente una volta al mese partivamo in spedizione al circolo per giocare un torneo vero e proprio, ed è lì che è cominciato tutto.

In quel periodo al posto dei solver c’erano i libri e ne comprai subito qualcuno per saperne il più possibile, tra cui Poker Theory di Sklansky.

L’interesse cresceva anche grazie al poker in tv, da ‘Come Giochi’ a PokerItalia24, e nel 2008 creai i primi account su Everest e Full Tilt.

Sotto consiglio di quel che ai tempi veniva considerato un ‘coach’, ma che in realtà era semplicemente qualcuno più addentro nel mondo del gambling, cominciai a giocare cash ai micro-limiti utilizzando una strategia chiamata ‘small stakes stategy’.

Il concetto lo si intuisce dal nome: stack bassissimi e una ventina di tavoli aperti, dove sostanzialmente ci si limitava a pushare o check-pushare.

Tirai su qualcosa, poca roba a dir la verità. La maggior parte delle energie le dedicavo all’università, giocavo soltanto qualche oretta alla sera.

Abbandonai l’idea di farne qualcosa di più serio pur mantenendo la passione per il gioco, che trovava sfogo con qualche partita tra amici o una capatina ai circoletti per giocare cash o tornei.

La carriera universitaria

Alla triennale mi sono laureato in chimica, ma la vera passione era per la fisica teorica.

Mi sono iscritto a fisica, ho fatto la magistrale e poi ho preso il dottorato in fisica teorica all’Università di Milano.

Ho avuto la fortuna di girare il mondo grazie alle conferenze di fisica ma col passare del tempo cominciavo a capire che non si trattava della vita che desideravo.

Per un anno sono stato addirittura docente di matematica e fisica in un liceo classico…

Nonostante si tratti di un lavoro privilegiato non ho mai sopportato dover lavorare seguendo dettami e orari imposti da altri, è una cosa mia.

Ed è stata forse questa una delle ragioni che mi ha fatto riavvicinare al gioco: decidere cosa fare, quando farlo e come farlo, senza capi o superiori di turno.”

La scintilla

Un giorno mi trovai a parlare di poker, con un amico.

Non avevo assolutamente idea del fatto che lui giocasse e ben presto scoprii che non solo giocava, ma che si da diversi anni era un regular MTT.

‘Per come ti conosco’ – mi disse – ‘e per il tipo di persona che sei ti consiglio di metterti a studiare il gioco coi solver. Credo sia il modo migliore che possa consigliarti per approcciare il gioco.’

E così ho fatto...”

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Il cambio di rotta

Perché ho scelto di mollare tutto e rimettermi a giocare a poker?

La prospettiva di un ricercatore teorico non era esaltante: anni di precariato (perché non ti danno subito un posto come accade con la ricerca sperimentale) a girare il mondo alla ricerca di una borsa.

Un anno lì, due in un altro posto e così per un tempo indefinito, finché non arriva una cattedra.

Anche per andare avanti nel mondo della ricerca serve fortuna e non è così meritocratico come potrebbe sembrare. Bisogna andare alle conferenze, parlare con la gente, sapersi vendere e conoscere le persone giuste, in modo (un giorno) da avere la possibilità di accedere a questa o quell’altra borsa.

Poi ci vuole passione. E quella forse, è la cosa che è venuta a mancare.

Phisique du role

Se il mio percorso di studi ha influito nella comprensione del gioco? Certamente.

Sono stato abituato a ragionare molto velocemente, collegando cose apparentemente diverse in maniera rapida, per arrivare quanto prima ad una soluzione.

Capire (e risolvere) i problemi una skill che ho appreso nel corso degli anni e che, nel poker, mi permette di identificare rapidamente dei pattern.

Pur non avendo smesso di giocare mi ero staccato completamente dallo studio e non sapevo nulla sulla GTO né tantomeno sui solver.

Il fatto che la matematica abbia un ruolo così centrale nella risoluzione di un gioco come il No Limit Hold’em ha acceso ulteriormente il mio interesse e ho cominciato a studiare.

Ho un’idea teorica, un modello, e cerco di adattarlo al meglio in ogni contesto. “

E voi avreste abbandonato la carriera accademica per dedicarvi al poker? Scrivetecelo lasciando un commento sulla nostra Fanpage!

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