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Stefano Atzei

Stefano Atzei

A chip and a chair: la rimonta leggendaria di Jack Straus al Main Event

In italiano diremmo “finché c’è vita c’è speranza“, un modo decisamente più prosaico rispetto all’aforisma coniato dopo l’impresa di Jack Straus al Main Event WSOP.

A chip and a chair, letteralmente una fiche e un posto. Perché nel poker, per quanto esigua, c’è sempre una speranza di rientrare in partita finché si ha almeno un gettone da mettere in mezzo al piatto.

E a lui capitò proprio di rimanere con una sola chip. Al torneo più importante al mondo. E di risalire. E vincerlo.

On the edge

Immaginate un omone di due metri abbondanti, due spalle così, barbetta, carisma da vendere e sprezzante del rischio.

Temuto per la sua aggressività al tavolo, teneva testa a quel genio di Stu Ungar sotto tutti i punti di vista, anche (purtroppo) per quanto riguarda la gestione dei soldi.

Alfred Alvarez racconta nel suo “The Biggest Game in Town“, di come Straus fosse conosciuto come il “maestro del tutto o niente“.

Dice di lui che nel 1970, complice una badrun catastrofica, si ritrovò con gli ultimi 40 dollari in tasca. Invece di tornarsene a casa e lasciare il casinò si diresse verso il tavolo del blackjack e puntò tutto su una singola mano. Vinse e puntò ancora. E ancora.

Nel giro di poco i 40$ divennero 500$, si alzò dal tavolo del blackjack e andò ad accomodarsi a quello da poker, dal quale uscì con 4.000$.

Con la somma vinta a poker andò nuovamente al blackjack e il bankroll (per così dire), passò da 4mila a 10mila dollari.

Pensate che sia finita qui? Da vero gambler, Straus puntò tutti i suoi 10.000 dollari sulla vittoria dei Kansas City Chiefs al Super Bowl. E vinse nuovamente.

In meno di 24 ore, senza mai scendere a compromessi e mettendo sempre tutto in gioco, passò dalla bancarotta ad un bottino da 20.000$…

A chip and a chair

La frase passata alla storia trae ispirazione dalla sua impresa al Main Event WSOP del 1982.

Accadde che, nel corso delle prime battute del Day2 (il torneo fece registrare 104 ingressi), Straus spinse tutte le sue chip al centro perdendo la mano allo showdown. Tutte tranne una, da 500, nascosta sotto un fazzoletto.

Il Tournament Director se ne accorse e lo invitò a riprendere posto: Jack non annunciò verbalmente l’all-in e quella chip galeotta non rientrò nell’importo scommesso, tenendolo quindi in gioco.

Non gli restava quindi che giocare al suo gioco preferito: “all or nothing”, o tutto o niente. Il resto è sui libri.

Straus mise in scena una delle rimonte più epiche che la storia del poker ricordi, ripresentandosi al Day 3 con 90.000 gettoni e chiudendo da chipleader a 341.500, per poi divorarsi uno ad uno gli avversari al tavolo finale e vincere il titolo mondiale assieme a un primo premio da 520.000$, il nuovo record per il Main Event.

Una filosofia di vita

Straus, nato ne 1930 e scomparso nel 1988 all’età di 58 anni, è stato partecipe degli anni in cui Las Vegas diventava quel che è per noi oggi, appassionati di poker.

Il gioco, così come la concezione del professionismo applicato ad esso, era tanto, ma tanto diverso da quel che stiamo sperimentando oggi.

Essere un professionista, in quel preciso contesto e momento storico, significava esser disposto a rischiare, anche tutto:

“Alcune persone giocano 365 giorni all’anno nelle partite piccole nel tentativo di sopravvivere. Io gioco soltanto in quelle alte, le più alte che esistono.

Non ce ne sono troppe in giro, ma quando ci capito dentro cerco di vincere abbastanza da garantirmi la sopravvivenza per il resto dell’anno.” (“The Biggest Game in Town”, A. Alvarez)

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