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Stefano Atzei

Stefano Atzei

Quanto incide la fortuna nel poker?

La fortuna nel gioco del poker è un concetto strano.

Perché ognuno di noi le attribuisce un significato diverso, che spesso (o quasi sempre), varia in base al punto di vista.

Immaginate il più classico dei coin-flip, A-K contro Q-Q: le Dame tengono fino al turn, ma al river si materializza un Asso che ribalta l’esito della mano, un evento che capita circa il 13% delle volte.

Chi aveva le Dame in mano probabilmente penserà di esser stato piuttosto sfortunato a non vincere il colpo, così come dall’altra parte ci sarà di che esultare per aver chiuso il punto migliore proprio all’ultimo.

Osservando la stessa dinamica da un’altra prospettiva però, ovvero prima che venga girato il flop, il più “fortunato” dei due era proprio il giocatore con la Coppia in mano: 54% contro 46% in una dinamica dove le chip sarebbero finite in mezzo a prescindere da chi avesse cosa.

Che cos’è la fortuna

Etimologicamente la parola fortuna ha origini latine (fors-fortem) e condivide la stessa radice (la parte iniziale) con “ferre” (portare, produrre).

La fortuna quindi è “ciò che porta il caso, ciò che sià, che avviene” e non ha una specifica connotazione in positivo o in negativo.

Una cosa fortuita quindi, accade senza una causa determinata, senza il “concorso della volontà”: l’esito è qualcosa di imprevedibile, ma non di incalcolabile.

Quel che fa un giocatore di poker è proprio calcolare di volta in volta la sua “fortuna”, avere un’idea approssimativa della direzione che il “caso” prenderà a fronte di una certa decisione.

Nell’esempio fatto all’inizio, il giocatore con Q-Q è stato mediamente più fortunato del giocatore con A-K dell’8%, la forbice che intercorre tra l’equity della due mani preflop.

Si può attrarre la fortuna?

A chi non piacerebbe essere sempre dalla parte giusta della moneta?

In un gioco basato sulla statistica e sulle percentuali, l’unico elemento che sfugge dal nostro controllo è proprio il risultato.

E’ altresì vero che, con lo studio e l’applicazione corretta delle strategie apprese, “ciò che porta il caso” può essere in qualche modo controllato, indirizzato.

Lo stack a disposizione infatti è il nostro strumento per generare EV, per guadagnare delle altre chip (che hanno a tutti gli effetti un valore monetario), per fare in modo che la sorte prenda la direzione che vogliamo noi.

Imparare il gioco in modo approfondito quindi è il modo più semplice, anche se probabilmente non quello più intuitivo, per attrarre la “fortuna” (o meglio, la sua accezione positiva).

Guardate un po quanto è stato “fortunato” il buon Samuel Vousden, alias “€urop€an”, su PokerStars.com:

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Il grafico di Samuel “€urop€an” Vousden su Stars.com

Chi è il più fortunato a poker?

Seguendo l’impostazione logica che abbiamo dato a questo approfondimento, verrebbe da dire che più si è bravi e più si è fortunati, anche se non è esattamente così.

Se tutti giocassero esattamente all’equilibrio, qualcosa per potrebbe accadere soltanto tra computer, nel lungo periodo non vincerebbe nessuno ma nel breve qualcuno avrebbe la meglio su qualcun altro.

L’abilità permette non solo di ridurre l’incidenza sfavorevole del caso (nel lungo e, in parte, nel breve periodo) ma consente anche di massimizzare (a livello di guadagni monetari) le volte in cui “si è più fortunati” degli avversari.

Perché un conto è chiudere il punto più forte contro il secondo punto più forte, un altro è farsi pagare i massimi (o minimizzare le perdite a parti invertite).

La distribuzione della “fortuna” è molto più equa di quanto si possa pensare (quante volte avrete sentito un giocatore lamentarsi di essere il più sfigato sul pianeta) e sta soltanto a noi metterci nelle condizioni ottimali per trarre un vantaggio maggiore dal corso degli eventi.

Insomma, i più bravi non sono necessariamente i più fortunati ma di sicuro fanno di tutto per esserlo.

E spesso ci riescono pure…


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