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Stefano Atzei

Stefano Atzei

Etica e moralità nella professione del poker player – con Emanuele ̶M̶o̶r̶a̶l̶i̶ Monari

L’ultima volta che abbiamo parlato di lui è stato in occasione dello shot al 100€ delle Bounty Builder Series su Stars.it, seguito dalla scia di polemiche relative alla condotta dei suoi due avversari nella fase 3-handed.

Quest’oggi con Emanuele Monari abbiamo parlato di tutt’altro, sempre di poker per intenderci, ma da una prospettiva differente.

Per vederlo in azione ai tavoli e parlare di tecnica (ma non solo) c’è l’appuntamento con la diretta Twitch del giovedì alle 21:00, anche se questa sera il Barone sarà il grande assente e al suo posto scenderà in campo Domenico Tassone, assieme agli immancabili Spera ed Eugol.

Qui invece spazio alla fantasia, perché fare il giocatore di poker è tutto fuorché qualcosa di “normale”, almeno per quelli che sono i canoni della nostra società.

LEGGI ANCHE: Quando collusion e softplay diventano più di un sospetto: Emanuele Monari racconta cosa è successo allo Special

The big shame

Qualcuno di voi ci avrà pensato, qualcun altro invece se infischia totalmente, sta di fatto che più di una volta mi è capitato di parlare dell’aspetto morale nel poker.

Quanto, fare il professionista delle due carte, può essere considerato in maniera positiva e per quali ragioni? Personalmente, pur non essendo un professionista, l’esperienza maturata col gioco mi ha aiutato in diversi aspetti della vita che mai avrei pensato potessero essere connessi tra loro.

Soltanto il fatto di abituarsi a fare delle scelte che possano portare profitto nel lungo periodo, a scapito del breve, è un esercizio in grado di cambiare (in meglio) la nostra capacità di giudizio: alla domanda se ne valga la pena o meno fare qualcosa le nubi tendono a schiarirsi piuttosto che addensarsi.

L’elenco potrebbe continuare ma non è mia intenzione scrivere un’apologia sul Texas Hold’em, quanto invece soffermarci sull’altro lato della medaglia, quello che ci fa chiedere quanto sia legittimo basare la propria vita su un gioco nel quale, per maturare un profitto, bisogna in un certo senso “fregare” gli altri.

Essere più scaltri e tendere la trappola al momento giusto o piazzare il bluff nello scenario perfetto, esercitarsi a farlo più e più volte, senza mai perdere la calma, senza cedere emotivamente ai colpi della varianza.

Di cosa si vergogna maggiormente un poker player, secondo te?

“E’ una domanda che mi sono fatto più volte e chi mi faccio tutt’ora. Io sto devolvendo, in questo momento, la mia vita ad un gioco. Il che a livello etico non è il massimo.

Nel senso, non è un gioco con cui fare del bene alle altre persone, non è come inventare una startup per migliorare la vita degli altri…

Già di per sé si tratta di un gioco alienante e da un certo punto di vista possiamo esser visti come dei parassiti, noi professionisti. Durante il lockdown ad esempio i tavoli erano stracolmi e i regular hanno visto i loro profitti schizzare alle stelle, il che suona un po’ come se si stesse approfittando di quelli che, per mancanza di alternative, sono capitati a giocare online.

Inoltre è molto comune chiedersi “ma io, in questa società, cosa ci sto a fare”, visto che gli orari e le abitudini di un giocatore sono molto spesso agli antipodi rispetto a quel che la gente è abituata a fare.”

E i calciatori? Tu stavi anche per diventare un professionista…

Quelli almeno fanno divertire milioni di persone, i pokeristi no.

Inside out

Se da un certo punto di vista il poker player non è probabilmente la mansione più nobile che un individuo possa scegliere, d’altro canto è la stessa società ad infischiarsene di etica e morale, il tutto in nome del profitto:

“Non sarò il primo a dirlo, ma è un dato di fatto che questa società, basato esclusivamente su produzione e consumo, stia andando a rotoli. Basta che il motore si inceppi un attimo e milioni di persone si trovano in difficoltà.

Questo perché non ci si preoccupa più dell’individuo e da un’altra prospettiva il poker ti permette di guadagnarti da vivere restando un po’ al di fuori da questo mondo, che proprio bello non è.

Il gioco ti estranea? Se guardi la società c’è quasi da esserne felici!”

Papà, faccio il PPP

La verità è che è davvero difficile trovare una famiglia disposta a sposare la causa del figlio, appena ventenne o giù di lì, che di punto in bianco decide di voler diventare un giocatore professionista.

“Ma come, l’università, la carriera, il calcio… E ti metti a giocare a carte?”

Non sappiamo che tenore abbiano avuto le discussioni in casa Monari ma il sunto, ad ascoltare le sue parole, è più o meno quello sopra. E andar controcorrente buttandosi a capofitto su qualcosa, come il poker, che lungi dall’esser giudicato bene dalle persone, proprio semplice non è. Ma non è detto che non sia la scelta migliore.

Hai spiegato a i tuoi che i lavori di domani sono quelli che vengono in mente a te oggi e non quelli che magari sono venuti in mente a loro ieri?

Si sono posti sempre in modo pacifico con me, non erano tra i più entusiasti della mia scelta ma non mi hanno mai imposto di non farlo.

Probabilmente se avessi un figlio proverei anche io a farlo riflettere, li capisco.

Il poker ultimamente (almeno per te) non si riduce solo al gioco e Twitch è soltanto un esempio, oltre al coaching…

Mio padre fa il giornalista della carta stampata e sta vivendo il decadimento di quella professione a vantaggio di chi va in video.

Ricordo che si rese conto della portata di Twitch quando vide che già durante il lockdown facevamo delle dirette con 300/400 persone, mentre lui seguiva quelle di Mario Calabresi (direttore della Repubblica) che nello stesso periodo facevano a fatica 200/250 spettatori.

Se ho rimpianti per non aver fatto il calciatore? Pian piano mi sono reso conto che la voglia di giocare a calcio stava scemando, mentre nel poker vedevo una grossa opportunità sia in termini di carriera che come margini di miglioramento.”

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