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Game Theory Optimal
Stefano Atzei

Stefano Atzei

Il lato oscuro della Game Theory Optimal – con Erion Islamay

Quando abbiamo cominciato la telefonata nessuno dei due sapeva dove saremmo effettivamente andati a parare.

L’idea era quella di parlare di crypto valute e, possibilmente, collegarle al poker mettendoci in mezzo qualcosa di inerente alla sfera personale.

Soltanto che con uno come Erion Islamay, che oltre ad aver vissuto il poker sin dagli albori combina un’ottima capacità retorica ad una grande agilità mentale, è quasi impossibile seguire una scaletta precisa (e meno male).

Originariamente questo pezzo sarebbe dovuto uscire in due parti, anche perché l’attenzione media del lettore tendenzialmente non va oltre le poche centinaia di parole, ma vi assicuro che se siete appassionati di Texas Hold’em non farete una gran fatica a leggerlo tutto d’un fiato…

A guessing game

Il poker è arrivato in Italia nel 2009 e a quei tempi per vincere ai tavoli ti bastava conoscere qualche starting hand ed eri pronto a giocare i Sit&Go, con giocatori che andavano all-in 100x con A-4 off suited.

Giocavi le mani giuste e stampavi soldi, non si parlava di solver ma il discorso era incentrato sull’exploitare altri regular attuando delle contromosse.

Era un gioco aggressivo, poco orientato sulle combo quanto piuttosto su cosa potesse avere l’avversario e in che modo riuscire a fargli passare la sua mano.

Parliamo del periodo del raise alle c-bet, durato all’incirca fino al 2011.

Poi è partito il periodo della rakeback, quello dove spopolavano Supernova e Imperatori (gli status VIP massimi nelle poker room di riferimento ndr.) e qualche giocatore ha cominciato a studiare meglio il gioco.

Che Pio t’assolva

Era quasi normale, arrivati a quel punto, che qualcuno con una base di programmazione si mettesse a creare alberi decisionali grazie ai software che simulavano dinamiche range vs range su un determinato flop.

In base alle size scelte stabilivano i rami delle possibili strade e il computer elaborava i dati per centomila simulazioni (si chiamava simulazione Montecarlo).

Un conto però è creare un software che ti dice come un computer giocherebbe contro altri computer, un altro è passare al lato pratico.

Dopodiché sono arrivati i bot, i primi ad expolitare le sbavature degli esseri umani, che come input avevano una versione generale, seppur non troppo precisa, dei possibili rami in tutti i 19.600 flop esistenti.

Una volta scoperti si è creata la dicotomia GTO VS exploitative play e in tanti hanno dato vita a scuole di studio, all’insegna del ‘noi siamo più fighi per questo e per quest’altro…’

Una nuova linfa vitale, una nuova narrativa per creare nuove linee in game.

LEGGI ANCHE: LA NARRATIVA DEL POKER AL TEMPO DEI SOLVER

Dall’out-game alla pratica

La verità è che non siamo degli automi, non è possibile nemmeno diventarlo e comportarsi come tali in tempo reale. E se per caso sviluppi un bot e lo metti all’opera dopo poco tempo ti beccano.

Da essere umano invece, i soldi li fai solo se riesci a trasferire i ricordi dell’out-game sul tavolo da gioco. C’è chi, questa cosa, riesce a farla abbastanza bene e chi invece è peggiorato con l’arrivo dei solver.

Il mio consigli per un neofita? Hai la fortuna di essere nel 2020 e partire evitando una serie di errori che ha fatto chi ha cominciato nel 2005: hai tutta la possibilità di arrivare a un buon livello teorico di studio in poco tempo.

In The Zone è fantastica per questo perché sono tutti bravi a spiegarti questi concetti e farteli applicare in game.

Pochi si concentrano su questo passaggio mentre sono in tanti a dire “questo è il range: vai, gioca”.

Il “vai, gioca” è comunque molto importante, non è questione di imparare a memoria una tabellina ma di adattare il range a questa o quell’altra situazione, perché senza questo passaggio non arriverai mai a capire la bellezza che sta dietro al poker.

Non dimentichiamo che si tratta di un guessing game tra homo sapiens: se tu elimini il guessing game non vai verso la strada vincente, ma verso un vicolo cieco.

Se le informazioni che avevi out-game erano corrette la questione si sposta su quanto sei bravo a ricordarle e metterle in pratica controllando al meglio le tue emozioni.

Il ‘mettere in pratica’ differenzia un professionista serio da un giocatore medio. Un player che riesce a fornire il suo A-game per una gran quantità di tempo riuscirà sempre a battere qualcun altro che, pur con competenze teoriche superiori, è carente sotto questo aspetto.

Perfezione e progresso

Non fraintendiamoci, focalizzarsi su se stessi è importante tanto quanto studiare il gioco a livello teorico, puoi anche essere il Dalai Lama ma se di teoria non sai nulla non potrai far altro che perdere.

Se però oltre ad una buona conoscenza teorica sei anche una macchina da guerra a livello pratico non ti servono ore e ore di studio a spulciare mani che spostano una frazione di BB/100 o poche chip in termini di EV.

E’ un lavoro fondamentalmente inutile che anzi, può portare a creare pregiudizi negativi su chiunque ti sta attorno e fa il tuo stesso lavoro.

L’aspetto fondamentale è lavorare su se stessi e mettere in pratica delle strategie per performare il più a lungo possibile in A-game: il progresso batte sempre la smania di perfezione.

Studiare 16 ore al giorno su dati e alberi, come un robot, significa sprecare energie che potrebbero esser dedicate ad altro: si fa una fatica gigantesca per un risultato minimo.

Progresso invece, significa accontentarsi di un certo livello di competenze e migliorare dove si sbaglia: la gente non sbaglia sulla teoria, ma sulla pratica.

Conoscere a fondo quali sono le emozioni che generano atteggiamenti negativi, fissare degli stop loss quotidiani, selezionare avversari e orari più idonei per migliorare le prestazioni: sono queste le cose che ti servono dal lato pratico.

Non è troppo diverso da chi prova a perdere peso, puoi fare anche centomila addominali al giorno ma se poi mangi soltanto hamburger non serve a nulla: 80% alimentazione, 20% esercizio, lo stesso accade nel poker con pratica e teoria.

LEGGI ANCHE: ERION ISLAMAY, PERCHE’ MI SONO INNAMORATO DELLE CRYPTO

Sensazione senza azione

Tutti i giocatori di poker maturano un istinto, la vera domanda però, non è quanto siamo disposti ad ascoltarlo ma quanto siamo in grado di adattarci ai cambiamenti.

Senza solver non c’erano cambiamenti sostanziali.

Se sei particolarmente sensibile e provi a modificare te stesso in modo da poter digerire i cambiamenti pur mantenendo il tuo istinto, farai sicuramente meglio di uno che da zero comincia a studiare sui solver e si butta a giocare.

Sarai in grado di riconoscere cosa è giusto teoricamente e cosa praticamente, perché hai maturato quell’esperienza: queste percezioni sono fondamentali per chi gioca a poker, specie nei tornei dal vivo.

A volte sento dire frasi come “questa è la mia mano, questo è il mio range, se la gioco così centomila volte faccio i soldi”, con una convinzione tale che mi viene da sorridere.

E questo accade perché, pur trattandosi di un ragionamento giusto in linea teorica, non ti capiterà mai di giocare centomila volte quel preciso spot in quel dato torneo.

A che mi serve quindi tutta questa teoria se a disposizione ho soltanto una vita?

L’ago della bilancia

Il punto è che bisogna sempre trovare il giusto equilibrio tra teoria e realtà e a volte la teoria diventa un comodo cuscino per giustificare la poca propensione ad adattarsi a un determinato scenario che ci mette in difficoltà.

Ragionamenti di questo tipo vengono fatti su giocatori che magari non sanno nemmeno cosa significhi avere del bluff in quella porzione di range.

Alcune situazioni di gioco vanno affrontate in modo diverso e un bravo giocatore di poker è prima di tutto un ‘guesser’, che dalla sua sa anche la teoria ma che nel concreto non è impermeabile ai cambiamenti.

Nella realtà la gente fa delle capriole enormi in situazioni che non hanno senso o, in generale, ottiene risultati inferiori a quelli che potrebbe raggiungere capendo il gioco ed exploitando determinate tendenze.

La fabbrica del con(tro)senso

Il concetto stesso di GTO dovrebbe farti intuire che quello non è il modo giusto per approcciare il poker: se giochi GTO i soldi li fai a seconda di quanto gli altri ci si discostano ma se giochi GTO vs GTO perderete entrambi.

Insomma, limiti le perdite contro gli altri e vinci abbastanza in base a quanto gli avversari ci si discostano: molto bello.

Peccato che nessuno abbia la più pallida idea del fatto che quello che tu pensi possa essere GTO lo sia davvero, anche perché i parametri sei tu a sceglierli e non c’è una statistica perfetta e attendibile che ti conferma esattamente quali siano i range in gioco spaccati al millesimo.

Il tutto si traduce soltanto in una grande fabbrica di bias cognitivi.

La GTO è utile per capire gli errori madornali, capire quando hai o meno del bluff, quando bluffi troppo o troppo poco…

Serve ad aggiustare te stesso ma non è qualcosa che si deve imparare a memoria per poi cliccare dei bottoni all’infinito sperando che gli altri si discostino dal modello ottimale, perché il modo in cui questo avverrà è totalmente variabile e non è detto che quello scostamento vada necessariamente a nostro vantaggio.

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