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Stefano Atzei

Stefano Atzei

Poker e calcio sono così distanti? – con Emanuele Monari

Se siete appassionati di poker non è da escludere che possiate essere anche dei malati di calcio.

Eppure il collegamento non è così immediato: cosa possono avere in comune una disciplina agonistica e un “mind game” che tutto richiede tranne che sette polmoni?

Approfittando della precoce eliminazione del nostro Emanuele Monari all’Italian Poker Open, consapevoli della sua esperienza da calciatore nella primavera del Bologna, gli abbiamo rivolto la domanda prima che ritornasse a capofitto ai tavoli…

I risultati partono da lontano

“Una delle similitudini principali tra le due discipline riguarda il lavoro necessario ad ottenere dei risultati.

Senza un allenamento costante (che nel poker equivale allo studio oltre che alla pratica vera e propria) è impensabile aspirare a certi traguardi.

E ancora, è proprio il lavoro quotidiano da cui si deve trarre soddisfazione e non dai singoli risultati, che si tratti di una partita o una sessione di poker il discorso è lo stesso.

Certo, direte voi, è un qualcosa che funziona anche in tantissimi altri campi, ed è corretto. Ma nel poker, come nel calcio, questo aspetto è particolarmente rilevante.

Ricordo benissimo quando Nando Coppola (ex-portiere e collaboratore tecnico del settore giovanile del Bologna) ci diceva “il lavoro paga sempre”. Una massima di vita, un concetto semplice, seppur importantissimo.”

Oltre lo sport

“Mi piace vedere un torneo come una carriera calcistica, all’interno del quale ci sono colpi di sfortuna, piccole gioie (come uno showdown vinto o una c-bet che va in porto) scelte sbagliate, intuizioni decisive…

Quando ancora facevo il portiere mi capitò di giocare contro il Milan di Locatelli e Cutrone e in quell’occasione feci una gran figura, vincendo anche il premio come miglior portiere.

Quella prestazione era un mix di lavoro e fortuna, come se avessi improvvisamente aumentato lo stack a mia disposizione…

Ciò però non significa che questo basti a far sì che la tua carriera culmini col successo professionale, è solo un piccolo passo avanti, che va analizzato da un’altra prospettiva.

Come nel poker, anche nel calcio le prestazioni non sono da buttar via soltanto perché non si è arrivati primi.

Gli infortuni, i flip persi, gli errori, la gestione di tutto ciò che riguarda la vita privata, tutto incide in maggiore o minor misura nell’economia globale e il risultato finale è soltanto uno dei possibili scenari ma di per sé non significa nulla.

La fortuna per chi gioca MTT è che di tornei ce ne sono decine ogni sera, mentre di carriere nel calcio se ne può avere soltanto una per volta. E se perdi il treno poi non passa più…

Non fraintendetemi, non voglio dire che il motivo per cui non sono diventato un calciatore professionista è perché, come dire, ho perso un flip.

Ci furono diversi eventi che mi portarono a fare una scelta diversa, principalmente per via di un infortunio alla spalla, anche se a ben guardare è stata la conseguenza di diverse scelte sbagliate tra cui quella di affidarmi a persone che mi hanno deluso a livello personale.”

Poker docet

“Un qualcosa che il poker mi ha insegnato e che probabilmente mi avrebbe aiutato tanto anche nello sport è il mindset.

Non sono mai stato una testa calda, ero un buon professionista, sempre pacato, ma nonostante ciò non avevo quello sguardo al lungo periodo che possono avere adesso.

Il poker mi ha dato questo, se avessi imparato a giocare quando ero ancora ragazzino probabilmente sarei andato più avanti anche come giocatore di calcio.”

Il multiverso del poker

Lo ammetto, siamo rimasti diversi minuti a fantasticare su possibili parallelismi tra le due discipline. E tra un salto e l’altro qualcosa di interessante è uscito fuori:

“Se è vero che il poker ti da sempre un’altra chance per riprovare lo è altrettanto il fatto che per fare il professionista non basta arrivare soltanto una volta, ma bisogna farlo un buon numero di volte.

Per ogni livello che affronti ci sono tanti mondi, un po’ come a Super Mario, e proprio per questo è molto difficile bruciare le tappe.

La maggior parte del pool ha necessità di farsi tutta la gavetta, perché come spesso capita chi le brucia troppo in fretta poi è costretto a tornare indietro e alla fine dei conti ci si mette più tempo del previsto.

La fretta ti stronca sempre, nel poker come nel calcio.

Nel poker di oggi i Maradona, i talenti naturali per intenderci, sono sempre meno perché il livello si è alzato così tanto da far sì che quelle caratteristiche non emergano come in passato.

Ora, non voglio dire che Maradona giocasse contro delle statuine ma al giorno d’oggi, con la preparazione atletica media dei difensori, è impensabile giocare ai massimi livelli con la pancetta. Sì, magari ce la possono fare due o tre, ma parliamo di fenomeni totali, eccezioni da considerare tali.

Ci sono, e credo ci saranno, molti più “CR7” nel poker che “Messi”, perché è molto più semplice avere successo nel gioco costruendo e allenando il proprio talento piuttosto che sperare di essere quell’uno su mille…”

E voi cosa ne pensate a riguardo? Lasciateci le vostre impressioni sulla Fanpage!

LEGGI ANCHE: La reazione (a freddo) di Emanuele Monari dopo il ban di “thelusor89” e “BisteccaAntica”

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