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Stefano Atzei

Stefano Atzei

Come ha fatto Doyle Brunson a vincere due Main Event con 10 e 2?

Visto da una prospettiva non pokeristica, il 1976 è stato un anno ricco di avvenimenti sotto tanti punti di vista, artistico, storico, musicale, sociale, politico…

I Beatles sono ormai un ricordo (John Lennon, così come gli altri 3, hanno intrapreso una carriera solista) e si prepara il terreno per la musica che verrà con la nascita degli U2 e l’uscita di “Hotel California” degli Eagles.

Il ’76 è anche l’anno in cui Steve Jobs e Steve Wozniak fondano la Apple, mentre in Italia apre i battenti il quotidiano “La Repubblica” e l’allora presidente del consiglio Giulio Andreotti nomina la prima donna italiana ministro, Tina Anselmi.

E poi sì, è anche l’anno del primo Main Event WSOP vinto dalla leggenda vivente Doyle Brunson, che incredibilmente riesce ad aggiudicarsi il titolo con una mano passata alla storia come la “Doyle’s Hand”, 10 e 2.

La stessa che gli consentì di ripetere l’impresa l’anno successivo, il 1977 ed aggiudicarsi il secondo titolo in carriera, da cui l’esigenza di intitolargliela.

Tutti conosciamo questa storiella ma in pochi sanno come andarono realmente le cose dalle parti di Las Vegas… E allora reggetevi forte perché quest’oggi faremo un piccolo tuffo nel passato!

Il Main Event del 1976

Le WSOP del ’76 sono le prime ad incoronare un afro-americano, Walter Smiley, vincitore del 5K 7-card Stud, un vero e proprio evento per l’epoca.

Le donne invece sono ancora ai margini e bisognerà attendere diversi anni prima di vederle comparire da protagoniste sulla scena pokeristica, tanto che Doyle, alla domanda su chi fosse la donna più forte contro cui avesse giocato a poker, rispose:

“La donna più forte? Naaa, non esiste qualcosa del genere, le donne sono fatte per essere amate e coccolate. Ho fatto un accordo con le donne io: se loro acconsentono a non giocare a poker io acconsento a non avere altri bambini!”

Il Main Event da 10.000$ dollari conta soltanto 22 iscritti e viene giocato nel formato “winner-takes-all“. Già, al vincitore infatti spettano la bellezza di 220mila bigliettoni, una consuetudine all’epoca (le cose cambieranno dal 1978 in poi) nonché il primo premio più cospicuo elargito al torneo dei tornei fino a quel momento.

Doyle arriva al testa a testa finale contro Jesse Alto, nato in Messico da genitori libanesi, cresciuto in Israele e stabilitosi in Texas dall’età di 19 anni.

La sua fama è quella di essere un giocatore che da facilmente in escandescenze e Doyle lo sa perfettamente quando se lo ritrova davanti in lotta per il suo primo titolo.

“E’ sufficiente lasciar fare tutto a lui e attendere che si autodistrugga” diceva di lui, e così accadde effettivamente.

Io non baso il mio gioco sulle carte, ma sugli avversari” – era questa l’attitudine di Brunson – “Dopo un po’ cominci a sviluppare un sesto senso su cosa l’altra persona starà per fare. E lo farà a prescindere da quel che gli capiterà tra le mani!

E così accade che Jesse perde un pot enorme contro Doyle e si trova ad aprire con A♠ J♥ piazzando un raise considerevole: nonostante la size corposa Doyle decide di chiamare con 10♠ 2♠.

Su flop A♥ J♠ 10♥ Jesse punta e Doyle chiama con la sua bottom pair. Al turn casca un delizioso 2♣, Jesse va all-in e Doyle chiama con estrema leggerezza con la sua doppia coppia, che al river diventa full-house grazie al 10♦.

Il bis del 1977

Per far sì che qualcuno chiami una mano di poker in tuo onore deve accadere qualcosa di molto particolare, come a esempio vincere due Main Event di fila con al stessa starting hand.

Rispetto all’anno precedente però, la giocata di Doyle non fu entusiasmante e se non fosse stato per l’intervento della dea bendata al turn, probabilmente staremmo raccontando tutt’altra storia.

L’avversario in questione risponde al nome di Gary Berland, “Bones” per gli amici, che nella mano decisiva spilla un 8♠ e un 5♥, mentre Doyle si ritrova la sua cara 10♠ 2♥ (sebbene il Due stavolta sia a Cuori):

“Stai giocando praticamente tutte le mani” – intima Brunson al suo avversario prima di accingersi a vedere il flop, che recita 10♦ 8♠ 5♥.

“Bones” ha una doppia coppia ma entrambi checkano e al turn compare un bel 2♣: Doyle prende l’iniziativa e punta, l’avversario forte del suo punto va all-in e Texas Dolly si trova nuovamente con un call piuttosto agevole.

Come se non bastasse al river casca un 10♣ che gli regala nuovamente full-house di 10 e 2!

Insomma, non solo Doyle è passato alla storia per aver vinto due Main Event con la stessa trash hand, ma in entrambi i casi è riuscito a chiudere un Full!

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Il progetto letterario

Quel che non tutti sanno è che, dopo il secondo successo in fila, Brunson cercò di coinvolgere gli allora top player in un progetto letterario intitolato: “Come ho fatto a vincere più di un milione di dollari giocando a poker” (How I Made over $1,000,000 Playing Poker) .

Doyle chiese aiuto a Mike Caro, che ai tempi aveva la nomea di essere “the Mad Genius of Poker”, David “Chip” Reese, Joey Hawthorne, David Sklansky e Bobby Baldwin.

Ognuno di loro avrebbe dovuto curare una sezione e nello specifico Caro si sarebbe dovuto occupare delle varianti “draw”, Chip Reese del 7-card Stud, Hawthorne del lowball, Sklansky dello split High-low, Baldwin del limit Hold’em mentre il No Limit Hold’em sarebbe spettato, ovviamente, allo stesso Brunson.

Nessuna casa editrice però, puntò sulla sua idea, tanto che si preferì calcare la via dell’autopubblicazione: costo di una singola copia? 100 dollari, 250 per l’edizione speciale. Il risultato? Un fallimento!

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